mercoledì 25 febbraio 2015

Il mare racchiuso tra me e te di Silvia Littardi





Si svegliò quando si accorse che le stava cingendo la vita con un braccio, avvicinandola a sé.
Sorrise mentre le baciava piano il collo e le spalle, ma tristemente: uscendo dal torpore i ricordi e le preoccupazioni riprendevano colore, tornando vividi.
Era inutile parlarne ancora, rischiando di rovinare quelle ultime ore, così si limitò a voltarsi e a tuffare la testa nell’incavo della sua spalla, abbracciandolo e premendosi contro il suo petto.
Non lo vedeva, ma poteva quasi sentirlo sorridere con dolcezza mentre le accarezzava i capelli.

Ci stavano pensando entrambi, ma per un tacito accordo si poteva ancora fingere che non fosse così. Alla fine fu lui a rompere il silenzio: «È quasi ora». Lo disse con una punta di malinconia, ma con un tono che non lasciava spazio alle proroghe. Lei chiuse un attimo gli occhi e con un sospiro cacciò fuori l’indecisione: avrebbe avuto tutto il tempo per fare la lagna più tardi, adesso decise, non era proprio il momento. «Tu vai pure a lavarti, io ti preparo qualcosa da mangiare e il thermos». Si diedero ancora un bacio, prima di sciogliere l’intrico dei corpi e alzarsi.

Guardando il mare dalla finestra ebbe un brivido, allora prese lo scialle blu dalla sedia, se lo gettò sulle spalle e tornò ad appoggiarsi al vetro, cercando di godere il tepore degli ultimi raggi della giornata. Tendendo l’orecchio riusciva a sentirlo muoversi nella camera. Ridacchiò ascoltando le brevi imprecazioni che accompagnavano la ricerca del vestiario. Nel silenzio della casa vuota le sarebbero mancate anche quelle. Alla fine comparve sulla soglia della cucina.

La prima volta che l’aveva visto indossava gli stessi abiti. Anche se allora era appena tornato. Lei e le sue amiche erano andate a vederli sbarcare per trascorrere diversamente il pomeriggio, per approfittare del raro evento in grado di spezzare la monotonia dell’anno. Doveva essere un gioco. Lui ci aveva scherzato sin dal primo momento: «Starò qui solo per sei mesi, ma non sarà un problema. Probabilmente ci stancheremo molto prima».
E come due cretini avevano finito con l’innamorarsi.

Si salutarono sulla veranda. Accompagnarlo sino al porto avrebbe solo prolungato lo strazio, senza contare che, lui non l’avrebbe ammesso, rischiava di metterlo in imbarazzo di fronte agli altri. Voleva evitare scene melodrammatiche: se fosse andata con lui avrebbe finito per sedersi sulla punta del molo, a guardare la nave allontanarsi sinché non fosse diventata un puntino all’orizzonte. No, era stato molto meglio baciarlo un’ultima volta sotto le fronde degli ulivi e poi guardarlo dirigersi verso la spiaggia. Per poi tornare in casa e finalmente piangere.

Sulla punta del molo ci andò lo stesso, ma a notte fonda. La prima sera non ce l’aveva fatta ad affrontare il letto vuoto, con il cuscino che conservava ancora il suo odore. Aveva divelto le lenzuola, disfatto la stanza, messo tutto alla serena ed era uscita. Trovò lo scoglio meno scomodo che le riuscì, si sedette e prese a fissare i mille frammenti di luce seminati tra le onde. Ci mancava solo la luna piena a sbeffeggiarla.

Erano già passati due mesi quando arrivò la prima lettera. Si impose di leggerla con calma e quando vide la firma non riuscì a trattenere un sorriso: le scriveva come se si fossero appena salutati, raccontandole buffi aneddoti della vita in mare e descrivendole i posti che aveva visitato. Nessun rimpianto, nessuna promessa. Solo nell’ultima riga si era lasciato scappare una punta di sentimentalismo: «Non riesco a smettere di pensarti». «Neanch’io» sussurrò lei.

Avevano parlato spesso del momento in cui si sarebbero divisi ed erano d’accordo che sarebbe stato inutile e crudele chiedersi a vicenda di aspettare. Si sarebbero salutati e basta, grati per quei mesi ma senza illusioni destinate a infrangersi. Si rigirò la lettera tra le dita ancora un momento prima di infilarla nel cassetto del comodino. Ringraziò mentalmente per quel regalo inaspettato, ma andò a dormire con la convinzione che non ne avrebbe ricevuti altri.

Le lettere arrivarono comunque. Non spesso ma ogni due o tre mesi, regolarmente. Il tono era sempre lo stesso: tranquillo e spensierato, le storie esotiche si intrecciavano ai piccoli dettagli.
Per qualche tempo continuò ad imporsi un cinico realismo. Prima o poi si sarebbe stancato, avrebbe incontrato un’altra, doveva essere preparata ad un futuro silenzio. Alla fine però non poté impedirsi di sperare, mentre ogni parola andava ad alimentare quella tenue fiammella.

«Questa è l’ultima lettera che riceverai da me». Sentì il cuore fermarsi, per poi riprendere a un ritmo folle «Se riuscirò ad essere abbastanza veloce, quando leggerai queste righe sarò già arrivato, ma se così non fosse non preoccuparti. Sto tornando e questa volta, te lo prometto, ti toccherà sopportarmi molto più a lungo». Fece per correre fuori, ma si fermò sulla soglia sentendosi terribilmente stupida. Posò con delicatezza la lettera sul tavolo, sorrise guardando il disordine in cui versava la casa e si rimboccò le maniche.

Arrivata la sera lasciò che l’aroma del caffè riempisse la cucina, poi andò in camera. Tirò fuori dal cassetto il fascio di buste e, stringendolo come se fosse una reliquia, andò a sedersi sotto il portico. Con le lettere in grembo e la tazza accanto a sé si incantò per un attimo a osservare il mare in lontananza. La serata era fresca, ma non sentiva più i brividi.

lunedì 23 febbraio 2015

Il commento di Rinaldo Corso alle poesie di Vittoria Colonna



Rinaldo Corso nacque a Verona il 15 febbraio 1525 da Ercole Macone Corso, condottiero al servizio della Repubblica Veneta, e da Margherita Merli, ma trascorse l’adolescenza a Correggio, città natale della madre, dove la famiglia poi si trasferì in seguito alla morte di Ercole, avvenuta durante l’assedio di Cremona il 15 agosto 1526.
Dopo i primi studi sotto la guida di Bartolomeo Zanotti, il Corso si stabilì a Bologna per perfezionarsi in diritto alla scuola di Andrea Alciato e Mariano Sozzini. All’età di soli sedici anni, durante le vacanze estive a Correggio, si dedicò al commento di 158 componimenti di Vittoria Colonna (1492-1547), una delle prime celebri poetesse italiane e moglie del marchese di Pescara Ferrante di Avalos. Legata da una profonda amicizia con i maggiori poeti e artisti del tempo, fra cui Michelangelo e Galeazzo di Tarsia, Vittoria Colonna scelse come tema dominante delle sue Rime l’amore per il marito e il dolore per la sua perdita, vissuto in termini di alta spiritualità. Un ruolo centrale nella poetica di Vittoria Colonna è occupato, inoltre, dal profondo travaglio religioso, che la portò ad accostarsi temporaneamente alle idee riformistiche, per poi tornare all’ortodossia negli ultimi anni della sua vita.
L’annotazione alle Rime Amorose e Spirituali della marchesa di Pescara da parte di Rinaldo Corso (impresa in quegli anni assolutamente innovativa, dal momento che l’autrice era ancora in vita) avvenne dunque nel 1541.



Lo affermò lo stesso autore nella lettera di dedica a Veronica Gambara che accompagna l’edizione del suo commento del 1543 (nella lettera, datata Bologna 15 febbraio 1542, il Corso accennò, infatti, alle ‘Rime della divina Vittoria da me la ‘state passata isposte’). L’opera fu probabilmente terminata per la fine dell’estate, prima del suo rientro a Bologna per proseguire gli studi.
Nel 1543 Rinaldo Corso decise di pubblicare solamente la parte del suo commento: quella consacrata alle Rime Spirituali.
L’opera completa vide la luce, dopo essere stata sottoposta ad una consistente rielaborazione, che non intaccava tuttavia l’ordinamento dei testi, a Venezia presso i Sessa, molti anni dopo, nel 1558.

Un esemplare di questa edizione è conservato nel Fondo Molli della Biblioteca Marazza di Borgomanero (AC 0254).
(Elisa Simonotti)



Si veda anche:
https://www.academia.edu/10719284/L_ESPOSITIONE_DI_RINALDO_CORSO_ALLE_RIME_DI_VITTORIA_COLONNA


http://sistemabibliotecariomedionovarese.blogspot.it/2015/02/libri-rari-preziosi-curiosi-rinaldo.html










venerdì 30 gennaio 2015

Per non dimenticare... Orders from the Dead di Diamanda Galás






Per non dimenticare...

YOU can NOT ERASE MY NAME
YOU can NOT ERASE OUR DEAD
YOU CANNOT ERASE THE DEAD

[...]

MY DEATH IS WRITTEN
IN A ROCK THAT CAN
NOT BE
BROKEN!





THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES
THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES
THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES
THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES

But these flames are NOT new
To OUR dead
OUR dead did cry their final prayer in those flames
Our dead did sing their last lullaby in those flames
Our dead prayed to our infidelite Gd in those flames
Our dead whispered a last goodbye to their mother
IN THOSE FLAMES 



Της είπα, "Μάνα, μην σκιάζεσαι. Θα γυρίσουμε. Έχε γεια, μάνα!" (Tis ìpa, "Màna, min skiàzese. Tha yirìsume. Èhe ya, màna!" - I told her, "Mother, do not be saddened. We'll return. Goodbye, mother!")

THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES

OUR dead clawed their children close in
THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES



"Τα παιδιά μου καλέ! Μην είδατε τα παιδιά μου; Για όνομα του Θεού! Ωχ, μου τα πήρανε… και τι να θέλω τη ζωή; Τα παιδιά μου! Τα παιδιά μου!" Βαζει μια τρεχάλα για την θάλασσα… πέφτει και πνίγεται. ("Ta pedhià mu kalè! Min ìdhate ta pedhià mu? Ya ònoma tu Theù! Oh, mu ta pìrane... ke ti na thèlo ti zoì? Ta pedhià mu! Ta pedhià mu!" Vàzi mia trehàla ya tin thàlasa... pèfti ke pnìyete. - "My dear children! Have you not seen my children? For God's sake! Oh, they took them from me… and what should I live for? My children! My children!" She runs to the sea… she falls and drowns.)

OUR dead watched their daughters
16 times
RAPED AND BEATEN
in the still-burning of THOSE FLAMES

OUR dead watched an ax remove their
mother’s skull
and crown a wooden spit
in the continuous burning of THOSE FLAMES


Αρπάξανε από την τετράδα μας, του σκίσανε την κοιλιά με μια μαχαιριά, τον βάλανε και βάδισε, κρατώντας τ'άντερά του στα χέρια. (Arpàxane apò tin tetràdha mas, tu skìsane tin kilià me mia maherià, ton vàlane ke vàdhise, kratòndas t'ànderà tu sta hèria. - They grabbed one of our quartet and tore his stomach with a knife. They made him march, holding his viscera in his hands.)

OUR DEAD watched while Chrysotomos'
eyes and tongue were pulled out,
teeth and fingers broken, one by one,
in the laughing and the cheering
OF THOSE FLAMES

OUR DEAD watched their sisters drenched with gasoline
and scream with melting skin
“THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES”

OUR DEAD gave birth to Turkish victories
the gurgling and then dying trophy.
on a bayonet which marked the borders of
THE WORLD WHICH IS GOING UP IN FLAMES


Για όνομα του Χριστού! Μην μας αφήσετε! Έχουμε μωρά μαζί μας, έχουμε γερόντους, κορίτσια… Είστε υπεύθυνοι! Νάυαρχε, νάυαρχε… Φωτιά! Φωτιά! (Ya ònoma tu Hristù! Min mas afìsete! Èhume morà mazì mas, èhume yeròndus, korìtsia... ìste ipèfthini! Nàvarhe, nàvarhe... Fotià, fotià! - For Christ's sake! Do not leave us! We have babies with us, we have elders, girls… You are responsible! Admiral, admiral… Fire! Fire!)

OUR DEAD WERE DRAGGED IN MARCHES
THROUGH THE DESERT SUN
FOR WEEKS UNTIL THE SUN BURNED OUT THEIR LUNGS

and when the desert sun which was burning them like flames
ripped apart their lips, we heard the final prayer
LORD GOD HAVE MERCY LORD UPON OUR SOULS!


Μας προδώσανε! Μας ξεπουλήσανε! Π'ανάθεμά τους! Νάυαρχε, τι κάνεις; Νάυαρχε, σώστε μας! Φωτιά! Φωτιά! (Mas prodhòsane! Mas xepulìsane! P'anàthemà tus! Nàvarhe, ti kànis? Nàvarhe, sòste mas! Fotià! Fotià! - We are betrayed! We were sold out! God damn them! Admiral, what are you doing? Admiral, save us! Fire! Fire!)

They saw the WORLD IS GOING UP IN FLAMES
buried, not yet dead inside the pits
engraved:

“GIAOURI, INFIDELI:
OUR GOD HAS CHOSEN YOU TO DIE”


Γονάτισε κάτω! Και γονατίζει. Ξεγυμνώσου! Και ξεγυμνώνεται. Ανοιχτά τα σκέλια σου! Και τα ανοίγει. Χόρεψε! Και χορεύει. Φτύσε την τιμή σου και την πατρίδα σου! Και φτύνει. Απαρνήσου την πίστη σου! Και την απαρνιέται. ( Gonàtise kàto! Ke gonatìzi. Xeyimnòsu! Ke xeyimnònete. Anihtà ta skèlia su! Ke ta anìyi. Hòrepse! Ke horèvi. Ftìse tin timì su ke tin patrìdha su! Ke ftìni. Aparnìsu tin pìsti su! Ke tin aparniète. - "Kneel down!" And she kneels. "Undress!" And she undresses. "Open your legs!" And she opens them. "Dance!" And she dances. "Spit on your honor and your country!" And she spits. "Deny your faith!" And she denies.)

And now the unblessed dead have ordered us to say:

THIS is my GRAVE, MY HOLY BED
YOU CANNOT take it

YOU can NOT ERASE MY NAME
YOU can NOT ERASE OUR DEAD

YOU CANNOT ERASE THE DEAD
Because we have been ordered now
to list their names, their numbers,

to give their date of birth, their earthly city,
their father’s name, the sweetness
of their mother’s eyes

GOODBYE

GOODBYE

GOODBYE
and forevermore
We’ll see you when the desert meets the sky
But do not FORGET MY NAME

And so these were the orders from the dead
said without a word but with a final glance:
the

SECOND

granted to the Infidel

since an Infidelite Hell
should NOT require a prayer
should NOT require a silent moment

And now the Infidel is told
to forgive and to forget
to understand :

Advance into a paradise of Dead Memories,
of Living Death, the Old Folks Home
of Catatonia
of Madness
and Despair.

“Do not ask me for the NUMBER of that Grave:
It has been stolen.”

“What IS this love for bones and dirt?
Put this ancient thing behind you, Infidelite
You HAVE no claim to GOD
You HAVE no claim to PEACE
YOu HAVE no claim to JOY

YOU HAVE NO CLAIM

YOU HAVE NO CLAIM

YOU HAVE NO CLAIM

GIAVOURI!!!!

Remember just how lucky, sperm of Satan,
that you are:
to even BE
alive.

NOW!

HERE!

ACROSS THE SEA!

GIAVOUR!

You HAVE no God.

A man without a God
Can NOT be burned ALIVE
He never WAS alive,

not as a MAN, giavour,
but as a DOG.”

BUT I HAVE orders from the Dead
that warn me:

“DO NOT FORGET ME:
My blood will fill the air you breathe
FOREVER.”

“MY DEATHBIRD is Not DEAD

HE CARRIES ALL MY TEETH:

MY SMILE OF UNFORGETFULNESS,

MY LAUGH!

VRYKOLAKA!

I am the man unburied
who CANNOT sleep
IN FORTY PIECES!!!!!

I am the girl,
dismembered
and unblessed,

I am the open mouth
that drags your flesh
and will never rest

until

MY DEATH IS WRITTEN
IN A ROCK THAT CAN
NOT BE
BROKEN!”

And these are the orders
from The Dead.



mercoledì 7 gennaio 2015

Look at love di Jalal Al Din Rumi

Noto anche come Jalal ad-Din Muḥammad Rūmī o Mevlana (Mawlana) Jelaluddin Rumi (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273), Rumi è stato un importantissimo mistico persiano, a sua volta figlio di un noto predicatore, e considerato il più grande poeta della letteratura persiana. Molte sono le notizie, spesso contrastanti, che sono state tramandate sulla sua vita.


Una fonte fondamentale è la biografia scritta dal figlio di Rumi, Walad. Quello che è certo è che nel 1219 Rumi ha lasciato il nord-est dell’Iran per stabilirsi nell’Asia Minore a Konya. Lì Rumi inizio gli studi teologici, mentre qualche anno più tardi, a Damasco, incontrò il grande mistico islamico Ibn Arabi.


Due sono le opere principali scritte da Rumi: l’immensa raccolta di odi Divan-i Shams-i Tabrīz e il lunghissimo poema a rime baciate dal titolo Masnavī-yi Mànavi. Le sue teorie, nonché i suoi componimenti sono tuttora fonte di ispirazione per molti artisti. Non di rado alcuni suoi versi sono stati citati anche in opere cinematografiche.

Ultima in ordine di tempo è la citazione nel recentissimo film Dracula Untold della poesia tradotta in inglese da Nader Khalili nel volume Fountain of Fire con il titolo Look at Love. I versi sono pronunciati da Dracula interpretato dal famoso attore britannico Luke Evans: 'Perché pensare questa vita separata dalla prossima quando l'una nasce dall'altra?'


    Una scena tratta da Dracula Untold

Dracula Untold - Scena finale


Luke Evans nasce il 15 aprile 1979 e trascorre l'infanzia tra piccoli villaggi immersi nella campagna del Galles. L'amore per l'arte non comincia dalla recitazione, ma dal canto: prima a Cardiff e, dopo aver vinto una borsa di studio, al The London Studio Center. Diplomatosi nel 2000, esordisce sui palcoscenici del West End in numerose produzioni minori e si guadagna una discreta reputazione tra Londra e il celebre festival teatrale di Edimburgo. Il ruolo che gli permette di emergere arriva nel 2008 con Small Change, opera scritta e diretta da Peter Gill per la Donmar Warehouse.


Compiuti trent'anni, Evans abbandona il teatro per il cinema. Nel 2009 compare per la prima volta sul grande schermo nei panni del dio Apollo in Scontro tra titani, in mezzo a un cast che annovera Sam Worthington, Liam Neeson e Ralph Fiennes. Da quel momento la sua carriera a Hollywood prosegue tra piccole parti e titoli di grande richiamo: l'anno successivo viene diretto prima da Ridley Scott in Robin Hood e successivamente da Stephen Frears nella pellicola Tamara Drewe – Tradimenti all'inglese.

A poco a poco il nome di Luke Evans conquista sempre più spazio nelle locandine cinematografiche: nel 2011 interpreta Aramis nel film di Paul W. S. Anderson su I Tre Moschettieri, il padre degli dei in Immortals e l'ispettore Emmett Fields che, accanto a John Cusack nei panni di Edgar Allan Poe, cerca di svelare i misteri di The Raven. La fama mondiale lo raggiunge però con la partecipazione alla trilogia de Lo Hobbit diretta da Peter Jackson. Nel secondo e terzo capitolo della saga Luke Evans è Bard l'arciere, l'uccisore del terribile drago Smaug. Gli ultimi ruoli lo vedono come antagonista in Fast & Furios 6 e protagonista assoluto in Dracula Untold.

Ecco la poesia:

Look at love
Look at love
how it tangles
with the one fallen in love.
Look at spirit
how it fuses with earth
giving it new life .
Why are you so busy
with this or that or good or bad?
Pay attention to how things blend!
Why talk about
all the known and the unknown?
See how the unknown merges into the known!
Why think separately
of this life and the next
when one is born from the last?
Look at your heart and tongue:
one feels but deaf and dumb,
the other speaks in words and signs.
Look at water and fire,
earth and wind:
enemies and friends all at once.
The wolf and the lamb,
the lion and the deer:
far away yet together.
Look at the unity
of this spring and winter
manifested in the equinox.
You too must mingle, my friends,
since the earth and the sky
are mingled just for you and me.

giovedì 11 dicembre 2014

Autunno sul lago di Fabio Sacco




Isola di San Giulio immortalata dal lungolago di Pella durante un piovoso pomeriggio d'autunno.

Questa è la descrizione di una delle più recenti immagini di Fabio Sacco, fotografo che ha esordito con la sua prima mostra, dal titolo Laghi, pochi mesi fa, dal 18 al 26 ottobre, presso lo spazio espositivo La Vetrina di Borgosesia (VC).

Il paesaggio lacustre, molto spesso, è stato fonte di ispirazione per artisti, scrittori e poeti. Basta pensare, ad esempio, a Vittorio Sereni, il quale ha tratto dal periodo d'infanzia trascorso a Luino e nei luoghi limitrofi al lago Maggiore la sua suggestione poetica più elevata.

Non sono da meno anche le sponde del lago d'Orta. Non si può, del resto, non pensare alla bellissima poesia Sul lago d'Orta di Eugenio Montale. L'opera è stata scritta durante un soggiorno del poeta nel giugno del 1975 e pubblicata sulle pagine del Corriere della sera il 26 ottobre dello stesso anno, all'indomani della notizia del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (si veda Agosti Stefano - Carena Carlo, Il lago di Montale, Novara, Interlinea, 1996). Successivamente, nel 1977, il componimento venne pubblicato nella raccolta Quaderno di quattro anni.



Sul lago d'Orta

Le Muse stanno appollaiate
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull'acqua
c'è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l'ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
ma si sa come vanno le previsioni.
E' strana l'angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E'
un'angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l'apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
fosse più che un'ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un'anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c'era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.

venerdì 5 dicembre 2014

Figure femminili della poesia cinquecentesca

Un fenomeno insolito e al tempo stesso straordinario nel panorama letterario del XVI secolo è legato al fiorire di una ricca produzione petrarchista al femminile: a partire dagli anni Trenta, infatti, molte donne di diversa estrazione sociale e area geografica si dedicarono alla poesia. Nel 1538 a Parma fu pubblicata la prima edizione non autorizzata delle Rime di Vittoria Colonna, alla quale seguì quella dei canzonieri di Tullia d’Aragona (1547), Isabella di Morra (1552), Veronica Gambara (1553), Gaspara Stampa (1554), Chiara Matraini (1555), Laura Battiferri (1560), Veronica Franco (1576). Nel 1559, inoltre, Lodovico Domenichi curò una raccolta di liriche, dal titolo Rime diverse d’alcune nobilissime e virtuosissime donne, comprendente i testi di 53 poetesse. E’ la prima volta nella storia della produzione letteraria italiana che le donne si affermano come gruppo culturale omogeneo e acquistano una considerazione pari a quella dei loro colleghi.

Diversi sono i fattori culturali, letterari e sociali che hanno favorito l’emergere di una presenza femminile così ampia sulla scena letteraria italiana nella prima metà del Cinquecento. Generalmente, in ambito poetico, a partire dalla tradizione classica, la figura femminile viene presa in esame in quanto oggetto di lode, amore e attrazione. Anche la produzione in volgare si indirizza verso la donna che non è un soggetto parlante ma è il mezzo attraverso cui l’uomo percepisce il sentimento amoroso; nei casi in cui la donna è interlocutrice tendenzialmente rappresenta uno sdoppiamento della voce maschile.

Chi fa acquistare al personaggio femminile più spessore è sicuramente Giovanni Boccaccio ne L’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44 circa), lungo monologo in prosa diviso in nove capitoli preceduti da un Prologo. La vicenda, ambientata a Napoli, è narrata in prima persona da una donna della nobile società partenopea, che si cela sotto le pseudonimo letterario di Fiammetta. La novità dell’opera è evidente sin dal Prologo affidato direttamente alla voce della protagonista-narratrice, che rivendica la contemporaneità e la verità della sua storia. Anche fra i personaggi del Decameron emergono molte figure femminili di un certo rilievo, dotate in molti casi di personalità e carattere. La qualità della presenza femminile (dominante nella brigata) rivela sicuramente la profonda novità ideologica dell'opera del Boccaccio.

Inoltre, nel XVI secolo cambia anche la situazione sociale e si verifica una maggiore apertura alle donne da parte degli ambienti culturali e cortigiani modellati attorno all’uso della lingua volgare e dove si afferma l’eccellenza della poesia petrarchesca. In seguito alla ‘questione della lingua’ e alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo nel 1525, la lingua usata da Petrarca nei Fragmenta diventa un elemento nuovo ed unificante, facile da acquisire in quanto presenta norme chiare e precise. Ciò ha sicuramente contribuito a favorire la cultura femminile e rappresenta una spinta a quello che poteva essere un fenomeno latente.

Si diffonde, poi, una nuova considerazione dell’amore: se per gli umanisti l’amore, considerato un sentimento destabilizzante, era da relegare all’età giovanile anche per quanto riguarda la produzione poetica, con il neoplatonismo fiorentino l’amore assume un significato più nobile in quanto tramite tra l’umano e il divino. Nel primo Cinquecento vengono pubblicati diversi trattati sull’amore di impostazione filosofica: si vedano il De amore (1508) di Francesco Cattani, i Dialoghi d’amore di Leone Ebreo composti tra il 1501-1506 e pubblicati nel ’35, il Libro de natura de amore (1525) di Mario Equicola. La legittimazione della lirica amorosa è espressa da Bembo negli Asolani (1505), dialogo in tre libri sulla natura di Amore, in cui si individuano i presupposti filosofici anche della lirica petrarchesca.

Questa serie di fattori sta certamente alla base della poesia femminile cinquecentesca ma probabilmente non sarebbe bastata senza la presenza di una auctoritas specifica: Vittoria Colonna (1492-1547), figlia del connestabile di Napoli Fabrizio Colonna e moglie del marchese di Pescara Ferrante di Avalos. Il suo epistolario rivela una fitta rete di amicizie con i maggiori poeti e artisti del tempo, fra cui Michelangelo e Galeazzo di Tarsia, che in un sonetto la definì 'palma leggiadra e viva'. Il tema dominante delle sue Rime è legato all’amore per il marito e al dolore per la sua perdita, vissuto in termini di alta spiritualità. Nell’edizione del 1558 le sue rime sono suddivise 'in vita' e 'in morte' del marito, secondo il modello del canzoniere petrarchesco. Un ruolo centrale nella poetica di Vittoria Colonna è occupato, inoltre, dal profondo travaglio religioso, che la portò ad accostarsi temporaneamente alle idee riformistiche, per poi tornare all’ortodossia negli ultimi anni della sua vita.


Scrivo sol per sfogar l’interna doglia,
Ch’al cor mandar le luci al mondo sole;
    E non per giunger luce al mio bel Sole,
    Al chiaro spirto, all’ onorata spoglia.
 Giusta cagione a lamentar m’invoglia,
    Ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;
    Per altra lingua, e più saggie parole,
Convien ch’a Morte il gran nome si toglia.
 La pura fè, l’ardor, l’intensa pena
    Mi scusi appo ciascun, che ’l grave pianto
    E’ tal, che tempo, nè ragion l’affrena.
 Amaro lagrimar, non dolce canto,
    Foschi sospiri, e non voce serena,
    Di stil no, ma di duol mi danno il vanto.


Nobile e amica di poeti fu anche la poetessa lombarda Veronica Gambara (1485-1550), che, rimasta vedova a soli trentatré anni, si trovò a reggere le redini della piccola signoria di Correggio. Le sue Rime, ispirate in gran parte all’amore per il marito Giliberto, presentano un’impronta originale, soprattutto quando il discorso si innalza a una dolente meditazione sull’infelicità connaturata all’esistenza umana. Pubblicate postume nel 1553, le poesie di Veronica Gambara ottennero l’approvazione, fra gli altri, di Bembo, padre del petrarchismo cinquecentesco.

A differenza delle poetesse precedenti, la padovana Gaspara Stampa (1523-1554) proviene da una famiglia di modeste condizioni. Rimasta orfana di padre quando era ancora molto giovane, si trasferì con la madre e i fratelli a Venezia, dove, grazie a un non comune talento letterario e musicale, divenne una figura di spicco della vita mondana e culturale della città. Il suo Canzoniere, pubblicato postumo nel 1554 dalla sorella Cassandra, comprende 311 componimenti, dedicati in gran parte al suo infelice amore per il conte Collatino di Collalto, dal quale fu abbandonata dopo una relazione di tre anni. I suoi versi si caratterizzano per l’estrema semplicità con cui viene trattata la materia sentimentale e per l’assenza di complicazioni intellettualistiche.

Si distingue per una poetica decisamente originale, connotata da una natura strettamente intima e personale, Isabella di Morra (1520 ca.-1526), terza degli otto figli di Giovanni Michele Morra, barone di Favale, e di Luisa Brancaccio. Nel 1528 il padre fu costretto a emigrare insieme al secondogenito Scipione a Parigi, in seguito alla sconfitta delle truppe di Francesco I di Francia, di cui era alleato, e la vittoria di Carlo V per il possesso della penisola, lasciando così la moglie e i figli a Favale. Isabella crebbe dunque sotto la rigida tutela dei fratelli nella solitudine del denigrato sito e in una condizione di sostanziale segregazione, trovando unico sfogo nelle letture dei classici e nella composizione di versi, pur rimanendo lontana dagli ambienti letterari napoletani. Spesso invocò il padre nelle sue Rime (celebri i versi: Torbido Siri, del mio mal superbo / or ch'io sento da presso il fine amaro, / fa’ tu noto il mio duolo al padre caro, / se mai qui 'l torna il suo destino acerbo), considerandolo l'unico in grado di aiutarla nella sua difficile situazione. Gli aspri rapporti con i fratelli infatti continuarono a incrinarsi fino alla tragedia: Isabella, sospettata di una relazione con il barone spagnolo Diego Sandoval de Castro, fu uccisa dai sui fratelli insieme a quest’ultimo e al pedagogo della ragazza reo di aver favorito lo scambio di lettere tra i due.

La produzione poetica di Isabella Morra a noi pervenuta sta tutta nel Canzoniere composto da dieci sonetti e tre canzoni. Esso fu ritrovato dalla polizia spagnola tra le carte della giovane assassinata durante l'indagine che seguì l'uccisione di Don Diego de Sandoval. Pochissimi anni dopo la morte di Isabella, qualche sua poesia apparve nel terzo libro di Ludovico Dolce, che raccoglieva le Rime di diversi illustri signori napoletani (Venezia, Giolito, 1552), e fu positivamente accolta dall'ambiente letterario italiano. Non ci furono notizie ufficiali inerenti alla sua vita fino a che il nipote Marcantonio non pubblicò una storia della famiglia nel 1629. Successivamente, per circa tre secoli, di lei si sentì parlare poco fino alla riscoperta di Croce, grazie a cui oggi viene riconosciuta come una delle voci più originali della lirica cinquecentesca italiana, tanto da essere considerata una precorritrice delle tematiche esistenziali care al Leopardi, quali la descrizione del natio borgo selvaggio e l'invettiva alla crudel fortuna.

I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etate,
me che 'n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.
Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna;
e, col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta,
essere in pregio a più felici rive.
Questa spoglia, dove or mi trovo involta,
forse tale alto re nel mondo vive,
che 'n saldi marmi la terrà sepolta.
 
Fra le poetesse petrarchiste del Cinquecento compaiono infine anche numerose cortigiane, molto spesso colte e di brillante conversazione, che frequentavano la corte pontificia. Fra queste bisogna ricordare Tullia d’Aragona (1510 ca.-1556), figlia del cardinale  Luigi d’Aragona, autrice di un trattato sull’amore platonico intitolato Dialogo sulla infinità d’amore, oltre che di un ricco canzoniere. Cortigiana fu anche la veneziana Veronica Franco (1546-1591), famosa per la sua bellezza e per le sue doti letterarie, che le valsero l’amicizia dei maggiori esponenti del mondo letterario e artistico del tempo, fra cui Bernardo Tasso, Sperone Speroni, l’Aretino e il Tintoretto, autore di un suo ritratto. Buona parte del canzoniere di Veronica Franco è occupato da epistole in terza rima, che si distinguono nel panorama della poesia petrarchista per una nota realistica e sensuale.



      Bibliografia di riferimento

  • Luciana Borsetto, Narciso e Eco. Figura e scrittura nella lirica femminile del Cinquecento, in Nel cerchio della luna: figure di donne in alcuni testi del XVI secolo, a c. di M. Zancan, Venezia, Marsilio, 1983, 171-233
  • Vittoria Colonna, Rime, a c. di A. Bullock, Bari, Laterza, 1982
  • Veronica Franco, Rime, a c. di S. Bianchi, Milano, Mursia, 1995
  • Veronica Franco, Terze rime,  a c. di Abdelkader Salza, Bari, Laterza, 1913.
  • Isabella Morra, Rime, a c. di Maria Antonietta Grignani, Roma, Salerno, 2000
  • Mario Pozzi, «Andrem di pari all’amorosa face». Appunti sulle lettere di Maria Savorgnan, in Les femmes écrivains en Italie au Moyen Âge et à la Renaissance. Acte du colloque international (Aix-en-Provence, 12-14 novembre 1992), Aix-en-Provence, Publications de l’Université de Provence, 1994, pp. 87-101
  • Maria Pia Mussini Sacchi, L'eredità di Fiammetta. Per una lettura delle "rime" di Gaspara Stampa, Fiesole, Cadmo, 1998
  • Maria Savorgnan - Pietro Bembo, Carteggio d’amore (1500-1501), a c. di Carlo Dionisotti, Firenze, Le Monnier, 1950
  • Gaspara Stampa, Rime, a c. di Abdelkader Salza, Bari, Laterza, 1913
  • «L’una et l’altra chiave». Figure e momenti del petrarchismo femminile europeo. Atti del Convegno internazionale di Zurigo, 4-5 giugno 2004, Roma, Salerno, 2005, pp. 17-102
  • Marina Zancan, Rime di Gaspara Stampa in Letteratura Italiana. Le opere, Torino, Einaudi, 1993, vol.II, pp. 407-32



venerdì 28 novembre 2014

Il dono incorrotto dell’umanità - S.o.s. di gioia, è in arrivo la mia vita di Vittorio Piazza


Nel marzo scorso lo scrittore e giornalista omegnese Vittorio Piazza ha pubblicato il suo ultimo libro Il dono incorrotto dell’umanità - S.o.s. di gioia, è in arrivo la mia vita, edito da L’Autore Libri Firenze. Si tratta della sesta opera dell’autore, il quale vanta alle sue spalle una carriera ricca ed eclettica. Vittorio Piazza è, infatti, noto anche come narratore, saggista, compositore musicale, nonché collaboratore di varie testate giornalistiche locali.

C’è un percorso continuativo fra tutte le sue opere pubblicate?
Direi proprio di sì. I primi due libri, le raccolte di poesie intitolate ‘Impronte di ghiaia nella duna’ e ‘Sinergia nel bioritmo’, hanno inteso dare un iniziale impulso alla mia scrittura interiore, partendo dall’impronta che ognuno di noi lascia e dal complesso delle attività fisiche ed intellettive di ogni individuo, mentre nei successivi due saggi, ‘L’embrione dell’essere’ e ‘L’istruttoria delle ramificazioni interiori’, ho approfondito i processi introspettivi del nostro vivere. Con ‘L’idea notturna (puntini, puntine e puntelli per puntellare l’incanto)’ la poesia si commenta in un viaggio filosofico e psicologico per intravedere l’incanto nella semplicità. Infine, ne ‘Il dono incorrotto dell’umanità’ si compendia tutto: poesia, saggio, cantico, fiaba e squarci.

Cosa intende proporre con questo nuovo libro per il quale ha scelto un titolo piuttosto curioso?
Si tratta di un viaggio attraverso la vita misteriosa ed umana di un bambino che spazia tra una dimensione sferica ed interiore, interagendo con lo scrittore in una sorta di dialogo sospeso tra una sfera particolare e quella puramente umana. Il sottotitolo ‘S.o.s. di gioia, è in arrivo la mia vita’ pone l’attenzione a tutti i percorsi di una vita precaria come la nostra, partendo da quella di un bambino.

Com’è strutturata l’opera?
Come è spiegato nel compendio, l’opera è da definirsi come un saggio romanzato, filosofico e psicologico con varie incursioni: acrostici, cantici, umorismo, fiabe, innesti ed incastri ragionati, storia, archeologia, musica, massime, gettiti, pensieri, liriche, alfabeto, spazio. Tutti i capitoli iniziano con una lettera e terminano con un gettito impulsivo. Ci sono dieci decine di poesie con il corrispondente pensiero del bambino. Troverete anche diversi capitoli di saggistica, intramezzati da cantici e componimenti vari. Poi fiabe nelle quali i protagonisti sono personaggi storici, animali o città. Interessante e suggestivo è un viaggio archeologico che prende spunto da dieci steli, antichi reperti del passato, in chilometraggio non umano. In tutta l’opera ricorrenti sono gli acrostici. L’esperimento più singolare riguarda le ‘sigle della natura’, in cui un fiore, una pianta o un frutto parlano al bambino, diventando frasi vere e proprie.

Per concludere, quale significato attribuisce alla scrittura?
Chi scrive è tormentato, ma in maniera beata, perché ha sempre qualcosa da dire e scava continuamente nel profondo. E’ stupendo portare in scena il proprio vissuto, scrivendolo sulle pagine di un libro insieme alle miniere visibili ed invisibili che gli altri ci donano.”